La pressione alta in gravidanza, nota tecnicamente come ipertensione gestazionale, è una condizione clinica caratterizzata dal riscontro di valori pressori elevati che insorgono dopo la 20ª settimana di gestazione in una donna precedentemente normotesa. Si definisce ipertensione il riscontro di una pressione sistolica (la massima) uguale o superiore a 140 mmHg e/o di una pressione diastolica (la minima) uguale o superiore a 90 mmHg. Questa condizione interessa circa il 5-10% delle gravidanze e richiede un monitoraggio attento poiché può evolvere in quadri più complessi o influenzare il benessere del feto attraverso una riduzione del flusso ematico placentare.
Eziologia
Le cause esatte dello sviluppo dell’ipertensione gestazionale non sono ancora state del tutto chiarite, ma la ricerca suggerisce un ruolo centrale della placenta e delle modificazioni vascolari sistemiche. I principali fattori coinvolti e i fattori di rischio includono:
- Anomalo adattamento vascolare: durante una gravidanza fisiologica, i vasi sanguigni materni si dilatano per accogliere l’aumento del volume ematico; nell’ipertensione gestazionale, questo processo può risultare incompleto, portando a un restringimento delle arterie.
- Fattori placentari: alterazioni nello sviluppo dei vasi che irrorano la placenta possono innescare il rilascio di sostanze che aumentano la resistenza vascolare materna.
- Predisposizione genetica: la familiarità per ipertensione in gravidanza aumenta significativamente la probabilità di sviluppare il disturbo.
- Caratteristiche materne: l’età superiore ai 35 anni o inferiore ai 20, l’obesità pre-gravidica, il diabete gestazionale e le gravidanze multiple rappresentano fattori di rischio accertati.
Sintomatologia
L’ipertensione gestazionale è spesso definita un disturbo silenzioso perché, nelle sue forme lievi, può non presentare alcun sintomo evidente. Tuttavia, quando i valori pressori salgono o la condizione progredisce, possono manifestarsi:
- Cefalea persistente: mal di testa forti che non rispondono ai comuni analgesici.
- Disturbi visivi: visione offuscata, comparsa di macchie scure nel campo visivo (scotomi) o sensibilità eccessiva alla luce.
- Edema improvviso: gonfiore marcato al volto e alle mani, spesso segnalato dall’impossibilità di indossare anelli.
- Dolore addominale: localizzato solitamente nella parte superiore destra dell’addome, in corrispondenza del fegato.
- Nausea e vomito: che compaiono o peggiorano nel secondo o terzo trimestre.
Diagnosi
La diagnosi si basa essenzialmente sulla misurazione della pressione arteriosa durante le visite prenatali di routine. Il protocollo diagnostico prevede:
- Misurazione pressoria: i valori devono essere confermati in almeno due occasioni a distanza di almeno 4 ore l’una dall’altra per escludere l’ipertensione transitoria.
- Esame delle urine: fondamentale per verificare l’assenza di proteinuria (proteine nelle urine); se presente, la diagnosi muta in preeclampsia.
- Esami ematochimici: monitoraggio della funzionalità renale (creatinina) ed epatica (transaminasi) e della conta piastrinica.
- Monitoraggio fetale: ecografie periodiche per valutare la crescita del feto, la quantità di liquido amniotico e la flussimetria delle arterie uterine e ombelicali.
L’importanza della valutazione medica
La gestione più appropriata viene definita dal medico specialista a seguito di un’accurata valutazione clinica, in base alla causa individuata e alle caratteristiche di ciascun paziente. In presenza di sintomi persistenti, ricorrenti o particolarmente intensi è importante rivolgersi a un professionista qualificato per un corretto inquadramento, evitando soluzioni autonome o non personalizzate.