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Mancato aborto (sintomi)

Il mancato aborto, noto in ambito clinico anche come aborto interno o ritenuto, è una condizione in cui l’embrione o il feto smette di svilupparsi o muore all’interno dell’utero, ma il corpo della donna non ne riconosce immediatamente la perdita e non avvia i meccanismi naturali per la sua espulsione. A differenza di un aborto spontaneo classico, che si manifesta tipicamente con perdite ematiche abbondanti e crampi intensi, questa condizione può rimanere silente per diversi giorni o addirittura settimane, venendo spesso scoperta solo durante un’ecografia di controllo di routine.

Eziologia

Le cause alla base di un mancato aborto sono sovrapponibili a quelle della maggior parte degli aborti spontanei precoci e riflettono una complessa interazione di fattori biologici. Le principali ragioni includono:

  • anomalie cromosomiche: rappresentano la causa più frequente, interessando oltre il 50% dei casi. Si tratta di errori casuali che avvengono durante la divisione cellulare dell’embrione, rendendo la vita incompatibile con lo sviluppo ulteriore;
  • fattori endocrini: squilibri ormonali materni, come l’insufficienza del corpo luteo che produce livelli inadeguati di progesterone, possono impedire il corretto mantenimento della camera gestazionale;
  • patologie materne preesistenti: condizioni come il diabete mellito non controllato, malattie della tiroide o sindromi autoimmuni (come la sindrome da anticorpi antifosfolipidi) aumentano il rischio;
  • fattori anatomici: malformazioni uterine, presenza di fibromi sottomucosi o insufficienza cervicale possono interferire con il proseguimento della gestazione;
  • stile di vita: l’esposizione a sostanze teratogene, l’abuso di alcol, il fumo di sigaretta e l’età materna avanzata sono fattori di rischio significativi.

Sintomatologia

La caratteristica distintiva del mancato aborto è la sua natura spesso asintomatica. Molte donne continuano a sentirsi incinte perché i livelli di ormoni della gravidanza, pur diminuendo, possono rimanere in circolo per un certo periodo. Tuttavia, possono presentarsi alcuni segnali premonitori:

  • regressione dei sintomi gravidici: una scomparsa improvvisa della nausea mattutina, una riduzione della tensione mammaria o la fine della sonnolenza eccessiva;
  • perdite vaginali: possono verificarsi lievi episodi di spotting, solitamente di colore bruno o rosato, non necessariamente accompagnati da dolore;
  • assenza di movimenti fetali: nelle fasi più avanzate della gravidanza (secondo trimestre), la gestante potrebbe non avvertire più i movimenti del bambino;
  • crampi pelvici: se presenti, sono solitamente molto lievi o intermittenti, diversi dalle contrazioni uterine tipiche dell’espulsione.

Diagnosi

Data l’assenza di sintomi evidenti, la diagnosi è quasi esclusivamente strumentale e biochimica. Il medico specialista si avvale di:

  • ecografia transvaginale: è l’esame fondamentale. Permette di visualizzare l’assenza di battito cardiaco fetale (BCE) o, in caso di gravidanza anembrionica (uovo chiaro), la presenza di una camera gestazionale vuota che non ha sviluppato l’embrione;
  • dosaggio della beta HCG: il monitoraggio dei livelli plasmatici dell’ormone mostra solitamente valori che non crescono correttamente, rimangono stabili o iniziano a decrescere in modo anomalo rispetto all’epoca gestazionale;
  • esame obiettivo: durante la visita, il medico può riscontrare che le dimensioni dell’utero sono inferiori a quelle attese per le settimane di amenorrea.

Valutazione e gestione

Il percorso più adeguato dipende dall’inquadramento complessivo effettuato dal medico specialista e non può essere generalizzato. Per questo è importante rivolgersi a personale qualificato, evitando soluzioni autonome o suggerite da fonti non professionali.

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