Anestesia: il sonno che fa più paura

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Entrare in sala operatoria fa paura. Non è solo la figura del chirurgo a inquietare, ma soprattutto l’anestesia: il timore di perdere il controllo, di non sapere cosa accadrà durante l’intervento e, al tempo stesso, quello di sentire dolore. Che si tratti di anestesia generale o di procedure eseguite da svegli è in questo passaggio che si concentrano le paure più profonde. «Il nostro lavoro – spiega la professoressa Monica Rocco, Professore ordinario all’Università degli Studi “La Sapienza” e anestesista al Mater Dei General Hospital – non è solo “far addormentare” il paziente. È accompagnarlo, proteggerlo e mantenerlo in equilibrio in ogni fase dell’intervento».

 

Qual è il ruolo dell’anestesista prima, durante e dopo un intervento chirurgico?

L’anestesista è il regista silenzioso della sicurezza lungo tutto il viaggio chirurgico. Nella fase pre-operatoria valutiamo la storia clinica, esami e condizioni generali del paziente. È un momento fondamentale perché serve a individuare possibili rischi e a scegliere, quindi, l’approccio più sicuro. È anche la fase in cui informiamo il paziente e raccogliamo il consenso informato. Durante l’intervento, invece, il nostro compito è decisivo: gestiamo l’anestesia e monitoriamo costantemente tutte le funzioni vitali. In un certo senso, siamo noi a “tenere in equilibrio” l’organismo mentre il chirurgo opera. Dopo l’intervento, continuiamo a seguire il paziente, per accompagnarlo nel risveglio e, nelle ore successive, impostando una terapia adeguata.

 

Quali sono le principali tipologie di anestesia?

Le tecniche anestesiologiche si dividono principalmente in due grandi categorie: l’anestesia generale e quella loco-regionale. L’anestesia generale è la più conosciuta e, per molti, la più temuta: comporta una perdita completa di coscienza. Il paziente viene addormentato e i muscoli vengono rilassati farmacologicamente, così da permettere al chirurgo di operare senza movimenti e in totale sicurezza. Diverso è il caso dell’anestesia loco-regionale, che non “spegne” l’intero organismo ma agisce solo su una parte del corpo. Tra queste tecniche rientra l’anestesia spinale, eseguita tramite iniezione di anestetico nello spazio subaracnoideo che circonda il midollo spinale, permettendo di bloccare la sensibilità nelle aree inferiori del corpo.

Nell’anestesia epidurale, invece, si inietta un anestetico locale nello spazio epidurale. Ci sono poi i blocchi dei nervi periferici, molto utilizzati, ad esempio, negli interventi ortopedici: l’anestetico viene iniettato in prossimità dei nervi nella zona da operare per impedirgli di “trasmettere” il dolore, ottenendo così un effetto mirato. Nei casi di anestesia loco-regionale il paziente resta generalmente cosciente, anche se è possibile associare una leggere sedazione per ridurre ansia e disagio.

 

Come si “sceglie” il tipo di anestesia più adatto?

Lo decide il tipo di intervento, nessuna scelta libera. Se parliamo ad esempio di chirurgia addominale o toracica, l’anestesia generale è indispensabile. Se invece si interviene su una mano, un piede o un arto, si può optare per una tecnica locoregionale periferica. Non è mai una decisione “a preferenza” del paziente ma una scelta clinica legata alla sicurezza e all’efficacia dell’in- tervento. In alcuni casi specifici, ad esempio negli anziani con frattura del femore, oggi si preferisce l’anestesia spinale, meno invasiva rispetto alla generale.

 

Quali sono i vantaggi per il paziente?

Molti pazienti chiedono direttamente l’anestesia generale, perché pensano sia la soluzione più semplice. In realtà non è così. L’anestesia loco-regionale, quando possibile, ha diversi vantaggi: è meno invasiva, il recupero è spesso più rapido e si evitano gli effetti di un’anestesia generale più profonda. Detto questo, ci sono interventi per cui la generale resta l’unica opzione. È sempre una questione di equilibrio tra sicurezza, efficacia e tipo di chirurgia.

 

Quanto è sicura oggi l’anestesia?

Molto più che in passato. Oggi abbiamo strumenti di monitoraggio avanzatissimi che ci permettono di controllare tutto in tempo reale: cuore, respirazione, ossigenazione e persino la profondità dell’anestesia. Questo è particolarmente importante nei pazienti più anziani, soprattutto nella fase del risveglio. Per dare un’idea: nel passato si controllava il polso con la mano. Si controllava il polso con la mano e il chirurgo ti diceva se il sangue era troppo scuro o troppo chiaro per indicare il “grado” di sedazione. Oggi lavoriamo con dati continui e affidabili. È un salto enorme in termini di sicurezza.

 

Perché allora l’anestesia fa ancora paura?

Perché implica l’idea di perdere il controllo e di affidarsi completamente. È una reazione umana. Paradossalmente, molti te- mono più l’anestesia che l’intervento chirurgico. In realtà, oggi è una procedura estremamente sicura e controllata.

 

Quali sono gli effetti più comuni al risveglio?

Nella maggior parte dei casi ci si sveglia semplicemente, senza problemi. Può esserci un po’ di sonnolenza o una lieve confusione iniziale, soprattutto se l’anestesia è stata più lunga o profonda. Le storie di persone che si “lasciano andare” o raccontano segreti sono più mito che realtà. Il risveglio è generalmente tranquillo e sotto controllo.

 

Il recupero cambia da paziente a paziente?

Sì, molto. Un paziente giovane tende a svegliarsi rapidamente e in modo molto lucido. Con l’avanzare dell’età il recupero può richiedere più tempo. Nei pazienti più fragili o con patologie importanti, a volte si preferisce un risveglio più graduale in terapia intensiva, dove il monitoraggio è ancora più stretto e il risveglio più tutelato.

 

Quali innovazioni hanno cambiato l’anestesia negli ultimi anni?

Sicuramente il monitoraggio e la possibilità di personalizzare sempre di più l’anestesia. Oggi sappiamo esattamente cosa sta succedendo al paziente in ogni momento e possiamo adattare i farmaci con grande precisione. In sintesi, l’anestesia è diventata una disciplina altamente tecnologica e molto più sicura. Possiamo dirlo con serenità: oggi siamo davvero in grado di controllare ciò che facciamo. Noi, oggi, siamo sicuri di essere sicuri.

 

 

 

 

 

 

 

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